La partenza è sempre dal solito parcheggio, la routine mi facilita la corsa, monotona, solitaria. Farò lo stesso percorso, la stessa pausa stretching, la stessa fatica. Il via è dopo il ponticello. Subito sulla sinistra per calpestare lo sterrato, passo il fianco del ristorante e comincio ad aumentare il passo. Incastro le chiavi della macchina tra l’indice e il medio della destra e i primi monologhi cominciano a ronzare nelle orecchie. Come sempre non trovo nulla di intelligente a cui pensare e quando me ne rendo conto comincio a concetrarmi sulla corsa. La fatica dei primi metri si concretizza in un attimo sui polpacci che corrono un metro e mezzo dietro di me. Cerco di distogliere la concetrazione dalle gambe e ritorno ai pensieri inutili. E’ evidente che la priorità dell’ossigeno non è il cervello. Nei tratti di penombra penso agli ami. Ami appesi alle fronde degli alberi mai potati che mi sfiorano le guance. Maledisco chi mi ha trasferito questa inquietudine e accellero. Non ho mai capito quale sia la metà del percorso ma mi convinco di averla appena passata. Succede più volte durante il tragitto. Una bicicletta abbandonata sul ciglio mi indica una donna. Inginocchiata nasconde se stessa. Attorno i gatti miagolano. Lei sfama le sue creature. Al ritorno lo stesso percorso è completamente diverso. Il sole è dritto agli occhi, quasi rosso. Le spalle che ho passato diventano volti. Il ritmo del passo è ben sostenuto. Quando me ne rendo conto perdo ogni slancio e rallento. I piedi si ostacolano a vicenda, perdo coordinazione e comincio a trascinarmi. Mi accorgo di non aver passato nessuna delle precedenti metà. Decisamente troppo presto per mollare, quindi rimando il vittimismo a qualche centinaio di metri più in là. Sarebbe troppo lunga lamentarmi fino al traguardo, da solo. Corro, e scambio ogni curva per l’ultima. Immagino di correre all’indietro, e cerco di capire cosa vedrei. Vedrei il percorso dell’andata aumentare ad ogni passo, più inquietante degli ami. Torno a correre diritto e passo la zona d’ombra. Passo il campo coltivato, la barca di legno regalata alla natura, la casa bianca al di là del fiume. E’ l’unico tratto di cui conosco ogni particolare, perché sono i primi e gli ultimi trecento metri. Lascio andare le gambe, scomposte raddioppano la falcata. Il mio corpo sembra sconnesso e il bacino ondeggia. Passo il paletto e divoro gli ultimi metri. L’arrivo è prima del ponticello. L’inerzia mi porta ancora avanti di qualche metro poi mi piego in due. Dovrebbero essere passati 45 minuti, forse 40.